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Il tema dei programmi di welfare aziendali è stato affrontato, in questi ultimi anni, dai Direttori del Personale delle aziende di ogni settore. Molteplici sono stati gli strumenti adottati: misure per le famiglie, dai buoni spesa agli asili nido aziendali, convenzioni con enti culturali o società sportive. Ma lo strumento più utilizzato, che l’emergenza coronavirus ha reso quanto mai popolare e diffuso, è lo Smart working, la cui traduzione letterale italiana è “lavoro agile”, termine poi recepito dalla normativa sul lavoro. Non più la scrivania in ufficio e il confronto quotidiano con i colleghi, ma improvvisate postazioni di lavoro. Chi nel soggiorno di casa, nello studio – per chi lo ha – ma anche nella camera dei figli o in cucina. Migliaia di lavoratori, del settore pubblico come del privato, di punto in bianco, hanno cambiato repentinamente il modo di vivere le proprie vite, la propria quotidianità. In loro supporto e aiuto sono arrivati i video, condivisi sui social, preparati dagli addetti alla Comunicazione e Marketing con l’intento di mostrare come il lavoro da casa sia ugualmente proficuo e non isoli le persone grazie alle tecnologie della videoconferenza, la cui diffusione è andata di pari passo con il progredire dell’emergenza. Le attività sociali, fondamentali per il contatto con il mondo esterno, sono state sostituite da attività che prevalentemente ci vedono di fronte a uno schermo, sia esso una televisione (smart), un computer portatile o uno smartphone. Viviamo per la maggior parte del tempo in casa, cercando di coniugare il lavoro, la famiglia e le attività sociali. Tra le pubbliche amministrazioni, esemplare il caso delle università, che hanno continuato a garantire le lezioni a distanza e finanche gli esami.

 

Segnali da non sottovalutare

Il fervore e l’esaltazione con cui abbiamo accolto lo Smart working, non può offuscare il fatto che quello che tanti di noi stanno sperimentando, tuttavia, non è Smart working. Le fibrillazioni e le emozioni iniziali si sono trasformate in uno stato estenuante di stanchezza fisica e mentale, per uno stile di vita che non ha orari né, soprattutto, le sincronie tipiche del lavoro in ufficio. Pro e contro. Il rischio è che si raggiungano fenomeni come il workaholic, ovvero la dipendenza ossessiva dal proprio lavoro. Si comincia e si finisce la giornata secondo i ritmi personali di ciascuno, ma in una Rete che deve correre verso medesimi obiettivi. Secondo un report stilato da Linkedin lavorare da casa, per il 48% del campione analizzato, si è tradotto in un surplus nel carico di lavoro. Infatti, quasi un italiano su due ha lavorato almeno un’ora in più al giorno, provocando delle conseguenze sulla salute del lavoratore, con un forte rischio burnout. Dalla ricerca è emerso che il 46% dei lavoratori si sente più ansioso o stressato, il 19% prova una sensazione di sconforto relativa alla sopravvivenza della propria azienda e il 18% ha riscontrato un impatto negativo sulla propria salute mentale.

 

Un impianto normativo non del tutto pronto

L’emergenza sanitaria e la realtà ci hanno mostrato un diffuso stato di impreparazione degli esperti di organizzazione del lavoro e dei responsabili delle Risorse Umane, a cui manca la formazione teorica di riferimento per disciplinare questo tipo di lavoro nelle mura domestiche. Oggi vengono utilizzati strumenti non sostenibili nello Smart working, i flussi di lavoro sono ancora incentrati su documenti cartacei, le procedure di approvazione e le firme sono autografe in molte realtà. Anche l’impianto normativo del lavoro agile non è risultato del tutto pronto: diritto alla disconnessione, disciplina dei costi della connessione, buoni pasto, imposizione di obiettivi e misura della performance. Un primo step normativo si è avuto con il Decreto Rilancio, il quale prevede che fino al 31 luglio, data che segna (per ora) la fine dello stato di emergenza legata al Covid-19, i lavoratori dipendenti di aziende private con almeno un figlio entro i 14 anni avranno diritto al lavoro agile anche senza gli accordi individuali previsti dalla legge 81/2017, purché questa modalità sia compatibile con le caratteristiche della loro prestazione. Ci ha provato anche McKinsey a dettare le linee della nuova organizzazione del lavoro immaginando una prestazione lavorativa: real time, in team piccoli e inter-funzionali con ruoli e responsabilità definite e una chiara identificazione degli output. Quanto alle persone della nuova organizzazione: capacità di leadership e preminenza di soft skill risultano fattori abilitanti per il lavoro agile. Mentre i processi saranno sempre più semplici e tracciabili, con chiare regole di escalation in caso di decisioni difficili e con schemi di comunicazione tailormade per ciascun gruppo di lavoro. Le tecnologie dovranno essere in grado di garantire comunicazioni efficienti e veloci per supportare le Vpn (Virtual private network), le applicazioni per la collaborazione subiranno un grande impulso, e lo scambio di dati e documenti rapido e sicuro acquisterà sempre maggiore rilevanza.

 

Quali i rischi per la sicurezza?

Ben prima della pandemia del Covid-19, si era verificato l’avvento globale delle tecnologie per la trasformazione digitale. Era però inimmaginabile fino a qualche mese fa, che potessero assumere un ruolo così centrale: grazie ad esse buona parte delle attività produttive non si sono bloccate e sono stati garantiti i processi stessi della democrazia. Questi passi in avanti non ci riportano comunque l’immagine di una società realmente digitale. Molte istituzioni pubbliche hanno dovuto adottare pratiche digitali per decreto. Negli ultimi anni l’infrastrutturazione digitale (la cosiddetta “banda larga”) ha raggiunto i grandi centri urbani e le aree periferiche, garantendo, per esempio, anche alle scuole di primo grado di non fermare le attività didattiche. Nonostante tutta la popolazione a casa, aldilà di qualche lieve interruzione o calo del segnale, in cui sono andate sotto stress le infrastrutture digitali, la Rete, tuttavia, ha retto, grazie anche a una copertura molto ampia del territorio, permettendoci di comunicare sempre e comunque. Sì, ma minando talvolta la sicurezza. Con la diffusione dei lavoratori in Smart working si allarga il perimetro dei potenziali attacchi nocivi. Tra questi, un virus di tipo malware, TrickBot, ha lanciato un attacco entrando nel computer di casa per sottrarre le credenziali come ponte per entrare nella rete aziendale. A tal proposito, lo studio e l’analisi delle minacce a cui sono esposte le aziende, è risultato necessario, così da realizzare tutte le contromisure necessarie a ridurre il rischio, formando i dipendenti su nuove procedure. Una variabile di rischio fondamentale è generata dai dispositivi a uso individuale, spesso e più facilmente compromessi e utilizzati come teste di ponte per attacchi. L’implementazione in azienda di innovazioni tecnologiche introdotte dalla digitalizzazione spesso non è seguita dalla consapevolezza dei rischi e dei modi per proteggersi. Non è un caso che la gran parte degli attacchi abbia quale veicolo l’errore umano.

 

Alla ricerca di un nuovo equilibrio

Di certo lo Smart working non comporterà la fine del lavoro in ufficio, ma sicuramente mostra svariati benefici, tra cui l’armonizzazione dell’equilibrio lavoro-famiglia e non solo. L’adozione di un modello “maturo” di Smart Working può produrre un incremento di produttività pari a circa il 15% per lavoratore, secondo le più recenti rilevazioni dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. Volendo proiettare l’impatto a livello di Sistema Paese, considerando che i lavoratori che potrebbero fare Smart Working sono almeno 5 milioni (circa il 22% del totale degli occupati), l’effetto dell’incremento della produttività media in Italia si può stimare intorno ai 13,7 miliardi di euro, ipotizzando che la pervasività dello Smart Working possa arrivare al 70% dei lavoratori potenziali. Inoltre, c’è un importante beneficio per il lavoratore e per l’ambiente: anche una sola giornata a settimana di lavoro agile farebbe risparmiare ore all’anno di spostamento e denaro per il carburante. Per l’ambiente, invece, si determinerebbe una riduzione di emissioni pari a 135 kg di CO2 all’anno per dipendente, considerando una media di 40 km per il tragitto casa-lavoro. Lo stesso Ministro delle PA ha dichiarato di voler condurre la PA verso una rivoluzione culturale, prima ancora che organizzativa, che ponga al centro dell’attività il prodotto e il conseguimento di risultati, con l’obiettivo di far lavorare da remoto il 30-40% dei dipendenti. Lo Smart Working ha evitato il tracollo di ampie fasce produttive italiane, malgrado la fase economica delicata. Infatti, secondo l’edizione 2020 del Rapporto “I numeri per le risorse umane”, a cura di Assolombarda, c’è stata una forte accelerazione nell’utilizzo del lavoro agile, la diffusione cresce al crescere delle dimensioni delle imprese. Circa il 20% delle aziende che ha partecipato all’indagine (da febbraio ad aprile 2020) ha dichiarato di far ricorso allo smart working, una percentuale in significativa crescita rispetto al 14%, dato del 2019.

Gianni Sebastiano è Direttore Strategie e Investor Relator del Gruppo Exprivia-Italtel. Già CFO di Exprivia, dal 2002 è Docente di Economia e Organizzazione Aziendale al Politecnico di Bari e dal 2015 è Amministratore Delegato di Spegea Business School

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