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Dopo essere stato il grande protagonista della fase di lockdown, per consentire alle imprese di mantenere l’operatività, lo smart working continua a essere ampiamente utilizzato anche nella “fase 2” per tutte quelle attività che non necessitano di una presenza fisica in ufficio. Anzi, secondo quanto previsto dal “Decreto Rilancio” è diventato un diritto, quanto meno nel settore privato e per i lavoratori con figli fino a 14 anni. Pur essendo questa una misura di carattere temporaneo, al momento limitata al 31 luglio 2020, non possiamo escludere che venga ulteriormente prorogata e, in ogni caso, ha stabilità un importante precedente.

In questa fase, le aziende, quando possibile, si stanno attrezzando per adeguare i loro spazi di lavoro alle norme che impongono distanze minime tra le persone e stanno pianificando un rientro progressivo, con turnazione. Anche in questo caso la tecnologia può offrire strumenti specifici che permettano di utilizzare al meglio gli spazi in condivisione, tracciando il movimento delle persone e predisponendo sistemi di prenotazione delle scrivanie.

Quando gli ambienti di lavoro non permettono di assicurare condizioni adeguate a tutela della salute, lo smart working resta la soluzione ideale.

 

Cresce l’apprezzamento per il lavoro agile, ma senza esagerazioni

Nei mesi dell’emergenza, la stragrande maggioranza delle imprese pubbliche e private ha provato in modo diretto che il lavoro a distanza non ha necessariamente riflessi negativi sulla produttività e che il rapporto costi-benefici può essere più che positivo, non solo per il lavoratore ma anche per l’azienda stessa.

Quello che ci si può attendere, anche a emergenza terminata, è quindi un percorso di progressiva crescita nell’adozione in modo stabile del lavoro agile. Molte aziende, in particolare dei settori IT, telco ed energy, hanno confermato l’adozione dello smart working estesa a tutto il personale ancora per diversi mesi o addirittura fino alla fine del 2020. Altri, come Twitter, hanno reso noto che i loro dipendenti potranno liberamente scegliere se lavorare da casa anche dopo l’emergenza, se il ruolo e la situazione glielo consente.

Ma c’è anche chi mette in guardia contro il pericolo di uno smart working permanente, come Satya Nardella, CEO di Microsoft, che ha parlato del rischio della perdita di rapporti umani all’interno delle aziende se prevalesse un modello di lavoro completamente a distanza. Per tenere vive le connessioni e costruire relazioni di gruppo solide nell’ambiente di lavoro, sostiene, serve anche un contatto fisico.

 

I numeri dello smart working prima dell’emergenza

Secondo una ricerca sullo smart working realizzata in Italia da Fondirigenti ad aprile 2020, nel periodo pre Covid, le aziende intervistate che avevano attivato lo smart working erano prevalentemente concentrate al Centro-Nord. Più in dettaglio, il 39% era localizzata al Nord, il 42% al Centro e il 36% al Sud. Il 39% dei lavoratori era già operativo in modalità smart, in particolar con una presenza significativa nel Centro Italia, dove il settore dei servizi è molto rappresentato. Il numero medio di giorni di lavoro smart nell’arco del mese era poco meno di 2, con maggiore flessibilità nelle PMI piuttosto che nelle grandi aziende (28% dei lavoratori in smart contro il 25%).

Durante l’emergenza Covid, sempre secondo i dati di Fondirigenti, il 97% delle imprese coinvolte nell’indagine ha attivato il lavoro agile nell’arco di un breve lasso di tempo. Di queste, l’80% ha collocato in smart working oltre la metà dei lavoratori, senza evidenziare particolari difficoltà di adattamento o utilizzo tra i lavoratori in relazione alle funzioni aziendali ricoperte o all’età.

Tra i punti di attenzione per favorire il passaggio allo smart working le aziende hanno dato la priorità alla messa a disposizione, per i propri lavoratori, di dotazioni tecnologiche adeguate, costituite principalmente da PC o tablet, VPN e sistemi di accesso alle applicazioni aziendali, smartphone e piattaforme per riunioni virtuali. Al secondo posto per rilevanza, è stato posto il tema dell’adozione di una organizzazione del lavoro per obiettivi, aspetto fondamentale per questa modalità di lavoro. Meno rilevante, invece, risulta essere l’attivazione di sistemi di monitoraggio dell’attività a distanza (16%).

 

Il percorso futuro dello smart working

Secondo gli intervistati da Fondirigenti, l’intenzione è di accentuare il ricorso al lavoro agile, una volta terminata l’emergenza: da una percentuale di lavoro attualmente svolto in modalità smart mediamente del 46% del totale delle ore lavorate, le aziende ritengono di poter ulteriormente aumentarne l’utilizzo fino al 59%. Su questo punto, dalla survey emerge un orientamento molto simile tra MPI e grandi imprese: il dato è del 58% per le prime e del 60% per le seconde.

Si tratta di una scelta destinata a registrare mediamente un elevato livello di consenso da parte degli stessi lavoratori, che secondo l’indagine è maggiore tra chi era già abituato a questa modalità prima del Covid-19.

Un percorso in discesa dunque? Non proprio, perché per una piena applicazione a regime e con i risultati di profittabilità attesi vanno sciolti alcuni nodi quali l’organizzazione del lavoro, il rinnovamento dei modelli manageriali, la digitalizzazione dei processi aziendali e la formazione. Secondo gli intervistati la formazione dovrà riguardare soprattutto il management e la gestione delle risorse (3,8), ma grande importanza viene data anche a corsi di cyber security e alla digitalizzazione dei processi aziendali (3,7).

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